Affetti molla

Alcuni legami sono come elastici. Ne tiri un’estremità, ma poi torna sempre indietro.

Siamo come gli estremi di un elastico. Sì, proprio di quelli che quando eravamo bambini si usavano per giocare a Molla, di quelli che con una misteriosa potenza attrattiva incatenavano le mie atletiche gambotte per pomeriggi interi in gare di agilità. Un gioco antico. Due bambini entravano nel cerchio elastico, posizionando il nastro alle caviglie, poi si allontanavano in modo da ottenere due fili paralleli. Chi rimaneva fuori doveva saltare senza toccare gli elastici. Per me era da preparazione alle olimpiadi. Una libellula obesa impegnata in saltelli sempre più complessi, prima ad altezza caviglie, poi ginocchia e così via.

Siamo come gli estremi di una molla.  In mezzo ci sono salti, grida, risate, liti, capitomboli, malintesi, ginocchia sbucciate, silenzi. Un saltello, due saltelli, ancora un altro, dietrofront con saltello e poi si riparte. Sì, siamo pezzi della stessa molla, tenuti lontani per la durata del gioco. Il cerchio diventa un binario, una pista per arrivi e partenze.

Ma a partita finita la molla veniva piegata alla buona e messa in un cassetto e gli estremi tornavano vicini.

Possiamo non sentirci, non vederci, perderci per un po’, ma il nostro legame è elastico, non si spezza. Ci sono rapporti così. Ci si allontana solo per l’interminabile tempo della partita…Ma poi, a ben vedere, il cerchio può avere estremità?

La figura del cerchio fa rimbalzare la mia mente al caleidoscopio, certo lo so, è un cilindro, ma ha la base circolare..wow che competenza in geometria, le ripetizioni ai ragazzini mi fanno bene!

Mi piace guardare attraverso il caleidoscopio, è un giochino che mi ha sempre affascinata. Mi fa pensare alle molteplici sfaccettature della vita, alla rifrazione di un’immagine in tanti pezzetti fino a creare figure nuove, nuove prospettive per analizzare una vecchia situazione.

Mi fa pensare a vasi di cristallo che si infrangono in mille schegge, a quanto è importante proteggere i rapporti, perché poi, anche a voler rimettere insieme i pezzi con cura la linea di rottura si vede sempre.

Mi fa pensare a personalità complesse che, osservate da angoli visuali diversi, restituiscono un’immagine sempre nuova. Persone che sfuggono ad una facile catalogazione e non si lasciano imbrigliare in una definizione. Conoscerle richiede un paziente lavoro di interpretazione.

Forse siamo pezzi di un’immagine scomposta attraverso un caleidoscopio o estremi di una molla. Un intero momentaneamente separato.

Le scimmie della signora Pezzella

scimmie 2Erano sul davanzale, in cucina accanto al cestino del cucito. Della signora Pezzella, la vicina di casa di Luca non ricordo nient’altro. Non riesco a darle un volto, né ricordo altri particolari di quella casa. Ero molto piccola quando andavamo lì, è vero, ma la statuina che raffigurava tre scimmiette, mi è rimasta impressa per tutti questi anni, tanto da far occupare un posto nella mia mente alla signora Pezzella, che altrimenti sarebbe caduta nel dimenticatoio. Tre scimmiette: una si copriva gli occhi con le mani, un’altra si copriva le orecchie e l’altra la bocca. Davvero non so perché avessero attirato la mia attenzione di bambina. Poi ho scoperto che il significato è : NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO. Saggio consiglio? Ricetta per una vita matrimoniale e relazionale felice? Invito per niente velato all’omertà? (che mai va accolto!). Non so, da bambina mi ispiravano compassione. “Povere scimmiette – pensavo – stanno proprio combinate male. Sono proprio una bella comitiva, tutte e tre malate, non sono d’aiuto l’una per l’altra e forse stanno sempre insieme perché le altre le scartano!”. Avevo deciso di amarle anche per questo.

Ma mi facevano anche pensare a mia nonna… non che somigliasse ad una scimmia ovviamente. Non so cosa avesse fatto scattare l’associazione. Forse il fatto che Raffaella, la nonna di cui porto il nome e a cui assomiglio tremendamente, se non altro per la stazza, portava l’apparecchio acustico. Di quelli per niente discreti che costruivano tanti anni fa e all’improvviso emettevano un fischio acutissimo e lunghissimo che sicuramente faceva diventare sordo anche chi non lo era prima di indossarli. Ritrovati tecnologici di alto livello. Non so che problema avesse di preciso. “Sono sorda” tagliava corto lei. A volte pensavo che fosse una gran bella cosa. Giocava bene la carta della sordità. Quando si scocciava di ascoltare, abbassava il volume dell’apparecchio e via, fuori dalle chiacchiere! Poi tante volte fingeva proprio di non sentire, anche ad apparecchio accesso, soprattutto se i figli per prenderla in giro le chiedevano soldi. In quel caso la sordità sembrava irreversibile. A dire il vero però tante volte si dimenticava e rispondeva con un netto “Non tengo niente!”. Sarebbe bello poter abbassare il volume delle voci esterne e ritirare l’interesse dal mondo di tanto in tanto. Quando non è possibile farlo con il corpo e le voci disturbano il filo delicato dei pensieri.

Mia nonna, che personaggio! Sorda, ma non muta. Le cose non le mandava certo a dire, anche se poi combinava un  sacco di pasticci perché dava versioni personalissime dei fatti o  “ci metteva l’aggiunta”… quando andava bene! Meriterebbe davvero un capitolo a parte. Quante immagini stanno facendo comparsa nel teatrino della mia mente: il particolare delle piastrelle della casa della nonna a Qualiano, mio padre e i fratelli che giocano a far la lotta come se fossero ancora bambini, il carillon con la ballerina, la cucina rossa, i lumini da comodino fatti a candela un po’ sciolta (orribili!!). E il gioco dei rimandi è infinito. È incredibile come da un ricordo parta una catena di associazioni di idee che si inanellano incomprensibilmente e formano una trama chiara, almeno per me (forse solo per me). Le immagini si accavallano, si dilatano e prendono altre forme. Fanno partire altre storie, è come guardare in un caleidoscopio. E alla fine i pensieri sembrano imbrogliati come se avessero giocato a twister.

Le scimmie della signora Pezzella. Eravamo partiti da  lì. Ne ho fatto da qualche anno la mia bandiera. Da quando ho trovato una maglia con 3 Mafalde nella stessa posizione delle scimmiette. NON VEDO, NON SENTO E NON PARLO. Ho deciso che mi sarebbe servita di monito. In alcuni momenti si declina in VORREI NON SENTIRE; VORREI NON VEDERE E QUINDI NON PARLARE. Ma ovviamente non è da me. Piuttosto qualcuno per il mio bene mi consiglia di distogliere lo sguardo e l’orecchio da situazioni che mi turbano e di non parlarne, perché la parola crea. So che è un consiglio che arriva con le migliori intenzioni da una delle persone che mi vuole più bene al mondo. Ma non ce la faccio. Piuttosto disegnerei una nuova versione delle scimmiette. Una con le orecchie come un radar, un’altra con gli occhi come fari e l’altra con la bocca piccola. Grandissime capacità di analisi e altrettanto grande capacità di sintesi quando è il momento di parlare.

 

Indomimando..così si fanno i colloqui

Grande senso di immobilità…come con la tombola. Sono in studio da Mario. Do una mano perché la segretaria (mia suocera) è a letto per una frattura del femore, poverina, ne avrà ancora per un bel po’.

Intenerita dalle suppliche di Mario di salvarlo dalle carte, ho messo da parte la promessa/minaccia “Mai e poi mai lavorerò con te!”. E infatti non sto lavorando.. presidio il telefono.

Impiegata? Mai più! I quasi tre anni in agenzia di lavoro interinale per me sono stati più che sufficienti. Incollata alla sedia per 8 ore al giorno a ripetere azioni e frasi quasi meccanicamente, un lento supplizio. Ho bisogno di viaggiare.. anche  se solo con la testa.. e senza droghe, chiaro.

Quando è arrivata la prima busta paga ho pensato “Mmmm così poco vale la mia libertà?!”. Adesso guadagno molto meno, ma mi sento leggera (ovviamente solo nell’anima ).

Che poi si fa presto a dire mai più, magari nei sogni, in tempi di crisi come questi ogni tipo di lavoro è una manna dal cielo.

Del vecchio lavoro mi manca Alice. Tanto. Tornerei solo per passare le giornate a chiacchierare con lei (lavoravamo pure naturalmente!). La sua amicizia è stata un dono di Dio.

La parte più interessante del lavoro erano i colloqui di selezione. Mi piacevano davvero. Avevamo davanti uno spaccato di umanità con tutti gli annessi e connessi (tic,  aspirazioni, frustrazioni, traspirazione corporea.. aspetto che mi piaceva molto meno).

Principalmente si trattava di colloqui per Luxottica. Calci di rigore a porta vuota. Eppure qualche volta si tira sugli spalti.. la mira è quello che è. A proposito di mira.. vi è mai capitato di giocare a bowling e tirare la palla sulla pista vicina?A me sì. Imbranata senza possibilità di redenzione.

Ok, torniamo ai colloqui di lavoro. Alcuni ci hanno fatte ridere fino alle lacrime, davvero. Una volta cercavamo una barista di bella presenza (discriminazioni stupide) e si è presentata una ragazza moldava (o rumena) con tanto di minigonna inguinale e reggiseno a quadrettini bianchi e blu…ah sì aveva anche la canotta, ma se la tirava giù per lasciarmi ammirare lo spettacolo del raffinatissimo balconcino. Ma l’avrà capito che sono una donna.. e comunque non interessata? Ma il punto di forza era il trucco. Un’artista. La matita non seguiva i contorni delle labbra nemmeno per sbaglio e l’ombretto bianco metallizzato (non perlato, era proprio metallizzato) regalava alle sue palpebre l’aspetto di due portiere di macchine sportive, che si aprono verso l’alto ad ala di gabbiano. Ho cercato di essere seria e professionale per tutta la durata del colloquio, di paralizzare anche la mimica facciale, ma non è stato per niente facile con la maschera veneziana che si offriva continuamente di portarmi qualcosa da mangiare o una birra. Argomenti vincenti in sede di colloquio di lavoro.

“Non lasciar mai trapelare dall’espressione del viso quello che pensi”. Regola numero uno che un selezionatore deve rispettare. Regola che mi è sempre stata stretta.

Una volta addirittura, con dei muratori serbi, pareva che stessimo giocando a Indomimando. In agenzia si parlava anche in italiano, ma il più delle volte ci si doveva ingegnare. Quella volta con i muratori, dovevo chiedere se sapevano usare i vari strumenti: mazza, mazzetta, pala, piccone. Sempre mimando e cercando di mantenere l’aplomb. Quando si è trattato di mimare  “piede di porco” Alice rideva a crepapelle.. e pure io.

Quasi quasi qua metto la segreteria e vado a bere un caffè con Alice.

Stallo

Mmmmm ci risiamo, mi sono di nuovo arenata. Non riesco a portare avanti questo blog con costanza. La mia fantasia in questo periodo è secca e arida come i capelli della pubblicità dello shampoo fructis hydra liss (ingrifati pure tra l’altro)…ci vorrebbe un trattamento rigenerante! Leggo le cose scritte da altri e mi deprimo ancora di più…dipingere con le parole è un’ arte. Aspetto il  bacio della Musa, ma mi scansa da un po’.

Faccio un po’ di archeologia domestica tra i fogli sparsi nei cassetti in cerca di ispirazione, ma sguazzare tra le mie paranoie non mi aiuta.

Ho trovato un appunto di qualche anno fa, moltissimi anni fa, un brutto momento: “nel labirinto della quotidianità dipingo finestre per guardare un po’ fuori dalle situazioni, tengo sempre d’occhio la via di fuga e non mi sento dentro a niente. Non voglio obblighi, non prendo impegni, sono qui, ma con la mente sono sempre catapultata nel passo successivo”.

Un momento di autoanalisi  a buon mercato, in momenti come questo meriterei 49 frustate meno una! Dai è improponibile, a meno che l’intenzione non sia ammorbare tutti quanti!

Manu mi ha regalato  un taccuino simpaticamente truccato, si chiama “Il blocco dello scrittore”…ecco per il momento io conosco solo il blocco. Lei spera di vederlo trasformato in un libretto di memorie delle nostre famiglie, dice che se volessi scrivere solo le storie e le stramberie dei nostri parenti, 24 ore al giorno non mi basterebbero e farei ridere tutti. Basto io come animale da circo…(vabbè spero almeno di non dare l’idea di un animale da cortile!).

I miei amici mi incoraggiano tantissimo – mi vogliono bene – In realtà pensano che scrivere sia quello che faccio meno peggio, sono un disastro in tutte le attività pratiche, sospettano un animo meditativo almeno. Come dire “datti all’ippica” (tra l’altro non ho mai capito cosa c’entri, come se l’ippica fosse facile!).

Cucino abbastanza bene, ma la mise en place è davvero particolare: al momento dell’impiattamento poi la mia mano si trasforma in una pala meccanica che racimola i resti di un terremoto. Le macerie finiscono nei piatti.

Mi piacerebbe dipingere, ma non ho senso artistico. “ah, mi hai dato un cazzotto nell’occhio” mi diceva la prof di arte quando guardava i miei disegni. Arte contemporanea, non capiva ancora lei!

Potrei continuare con la lista dei miei disastri e delle paranoie, ma risparmio carta e inchiostro (vabbè virtuali, è chiaro).

 Non è falsa modestia. Non la sopporto. È una malcelata forma di presunzione di superiorità, manifestazione scomoda di immodestia. Atroce.

La pioggia mi fa questo effetto, non ci badate!

Pensieri folli

Era un giovedì di domenica

Ero sola ma in compagnia

E leggevo un libro senza parole

Alla luce di un lumino spento.

Ad un tratto udii un rumore silenzioso

Mi alzai e andai ad aprire la porta dello stanzino senza porta.

vidi un cadavere ancora vivo.

Non avevo paura, infatti mi tremavano le gambe.

Allora presi un coltello senza punta

Infatti gli mancava il manico

E me lo ficcai nel cuore e dissi:

“Meglio vivere che morire!”

 

Stamattina mi sono svegliata pazza. Capita. No, non sono i miei pensieri deliranti, è una storiella che girava sui diari alle medie. Mi è venuta in mente stamattina al risveglio, non so premendo quale tasto, la memoria ha uno strano funzionamento. Saranno state le ripetizioni di anatomia di ieri pomeriggio o il latino che mi aspetta oggi. Fanno l’effetto milkshake al mio cervello!

A volte i ricordi restano compressi e poi saltano fuori all’improvviso, anche quelli senza senso. Evidentemente c’è bisogno di un salasso salva memoria ogni tanto.

Da ragazzina questa bizzarra storiella mi faceva ridere (eh sì, è vero, ancora oggi non si sa mai cosa può suscitare la mia risata!).

Ora che ragiono per ossimori non mi sembra più tanto strampalata. A parte i nessi di causa-effetto completamente sballati (anzi proprio inesistenti) e l’orientamento spazio-temporale incerto, chiaramente.

Si può leggere un libro senza parole..magari di fotografie (vabbè, lo so che il termine preciso in questo caso non sarebbe proprio leggere).

Ci sono rumori silenziosi e silenzi che fanno rumore e le gambe possono tremare non solo per la paura.

Ci sono cadaveri vivi e vivi cadaveri.

 

E si può essere soli ma in compagnia o in compagnia ma soli.

Cambiando l’ordine delle parole il risultato cambia. Le frasi molto spesso non godono della proprietà commutativa. 

Ok, la smetto di dare i numeri e inizio il mio giro di telefonate.

Un medico mancato

Ultimamente ho preso la fissa per Grey’s anatomy. Ovviamente guardo le repliche delle serie precedenti, perché non ho l’abbonamento a Sky. In genere guardo pochissimo la tv. Quando sono a casa preferisco leggere.
A parte le vicende sentimentali dei protagonisti, di cui a dir la verità mi interessa molto poco, vengo rapita proprio dai casi clinici. Mi sto appassionando soprattutto agli interventi a cuore aperto. Forse perché adesso non mi fanno più paura. Adesso mi sento galvanizzata come chi, correndo disperatamente, ha oltrepassato un burrone senza cadere nel vuoto. Non era così 6 anni fa. Quando sul tavolo operatorio doveva andarci mio padre, quando a dover essere attaccato alla macchina cuore-polmoni in circolazione extracorporea era lui. Quando abbiamo saputo che doveva sottoporsi ad un intervento di sostituzione valvolare, mi sono sentita paralizzata dalla paura. Ma per non sprofondare nell’immobilità, mi sono messa a fare ricerche sulla malattia e sulle modalità d’intervento. Ho voluto studiare come si sarebbe svolta l’operazione, passo dopo passo. Come se questo potesse garantirne il successo, come se dipendesse da me. Ogni tanto mi prende il delirio di onnipotenza. Menomale che so che non ho il potere di fare bianco o nero nemmeno un capello (certo,in commercio ci sono tinture fantastiche!) e credo che la vita sia nelle mani di Dio (ho fede, non sono fatalista).
Da bambina avevo pensato addirittura di fare il medico “da grande”. Avrò avuto più o meno 10 anni. Avevo le idee chiare: mi sarei dedicata alla ricerca e avrei scoperto il vaccino contro l’AIDS. Ambiziosa.
Poi crescendo i miei interessi sono completamente cambiati e tutto sommato non me ne pento. Sono un medico mancato, un uomo mancato (secondo alcuni) e..diciamo che ho centrato poche cose.
Dopo varie esperienze lavorative, che mi hanno lasciata più o meno delusa, finalmente sento di aver trovato la mia strada, anche se sono ancora ai primissimi passi col girello. E non mi importa dei sacrifici o di non avere uno stipendio “certo” a fine mese. Finalmente mi sento viva e va bene così.

flashback

Sono appena tornata dall’aeroporto. La casa mi sembra vuota e triste come me, ora che Enza e Luca se ne sono andati. Mi sento una casa vuota. Il senso di vuoto é denso e colloso come una caramella al miele che non riesco a mandare giú. Sono stati giorni intensi. Attendo con ansia le foto che Luca ha scattato. Il ricordo di questi giorni stavolta non rimarrá cristallizzato nelle mie foto sfocate (più che ricordare guardando quelle bisogna inventare, é un’ opera di fantasia).Luca si è portato dietro la macchina semiprofessionale e ha dato libero sfogo alla creativitá. é incredibile come riesca a catturare espressioni,raggi di luce e particolari che il comune occhio sonnacchioso non riesce piú a registrare. Luca, un altro fratello. Stamattina siamo stati ad Alleghe e giocando con la neve ho mandato indietro il nastro della memoria e l’ho rivisto bambino, durante un weekend in montagna in camper. L’ho rivisto col pigiama con le orme dei piedi mentre inzuppa un biscotto della mister day nella tazzona di latte fumante. La nostra amicizia è cresciuta con noi. Lo guardavo e mi sentivo il cuore pieno d’orgoglio per la persona che é diventato, per la sua simpatia carica di intelligenza. Abbiamo fatto amicizia nella pancia delle nostre mamme. Sono cosí felice che abbia sposato Enza. È speciale, lo completa, lo valorizza e lo guarda davvero con gli occhi a cuoricini. Tra di noi é nata veramente una bella amicizia,un dono non scontato. Ci siamo conosciute quando eravamo adolescenti, ma negli ultimi anni abbiamo legato molto. Spesso le parole vengono usate con una leggerezza incredibile,ma le peso tutte dicendo che già sento la loro mancanza.

Adesso aspetto qui Italo, le sorelle Maisto(me l’avete promesso e non potete rimangiarvelo!). Angelica è venuta spesso a trovarmi ma non mi basta mai!
Bellissima la sorpresa di Vincenzo Battaglia.Una volta me lo sono trovato in cucina mentre preparavo le scaloppine (era d’accordo con Mario).
Ringrazio Dio per i miei amici, vecchi e nuovi.